giovedì 29 marzo 2012
Appena letto il libro dei miti,
e caricato la macchina fotografica,
e controllato la lama del coltello,
ho indossato
la tuta protettiva di gomma nera
le pinne assurde
la grave e scomoda maschera.
Devo fare questa cosa
non come Cousteau con la sua
squadra laboriosa
a bordo di una solare goletta
ma qui da sola.
C'è una scala,
la scala è sempre presente
con innocenza agganciata
al fianco della goletta.
Conosciamo la sua funzione
noi che l'abbiamo usata.
Altrimenti
è un pezzo di relitto marino
uno strumento particolare.
Mi immergo.
Gradino dopo gradino e ancora
l'ossigeno m'invade
la luce blu
gli atomi trasparenti
della nostra aria umana.
Vado giù.
Le pinne rendono tutto difficile,
striscio come un insetto lungo la scala
e non c'è nessuno
a dirmi dove l'oceano
incomincerà.
All'inizio l'aria è blu e poi
ancora più blu e poi verde e poi
nera. Sto per svenire eppure
la mia maschera è potente
pompa il mio sangue con forza
il mare è un'altra storia
il mare non è una questione di forza
devo imparare da sola
a girare il corpo senza sforzo
nell'elemento profondo.
E adesso: è facile dimenticare
perchè sono qui
in mezzo ai tanti che hanno sempre
vissuto qui
sventolando i loro ventagli dentellati
in mezzo ai coralli
e oltre tutto
si respira diversamente qui sotto.
Sono venuta ad esplorare il rottame.
Le parole sono scopi.
Le parole sono carte geografiche.
Sono venuta a verificare il danno fatto
e il tesoro sopravvissuto.
Sposto la scia della mia lampada
lentamente lungo la fiancata
di un qualche cosa più permanente
dei pesci e delle alghe
la cosa per cui sono qui:
il relitto e non la storia del disastro
la cosa in sé e non il mito
il viso annegato che sempre fissa
il sole
l'evidenza del danno
levigata dal sale e per sempre in questa scabra beltà
le costole del disastro
a riflettere il loro inserimento
fra gli incerti predatori.
Questo è il luogo.
E sono qui, la sirena dai capelli scuri
che nuotano all'indietro, sirena intrappolata
nell'armatura da palombaro. Giriamo in silenzio
intorno al relitto
ci tuffiamo nella stiva.
Sono lei: sono lui
il cui viso annegato dorme a occhi spalancati
il cui seno porta ancora lo stress
il cui cargo d'argento e di rame vermiglio riposa
oscuratamente dentro barili
fissati a metà e lasciati a marcire
noi siamo i quasi disfatti strumenti
che una volta segnavano il percorso
il diario di bordo inzuppato d'acqua
la bussola rotta.
Siamo, sono, sei
per codardia o per coraggio
colui che scopre la via
del ritorno alla scena
con un coltello, una macchina fotografica
un libro dei miti
dove i nostri nomi non ci sono.
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