mercoledì 28 dicembre 2011

Esco a fare due passi
Fabio Volo
















i titoli di coda con gli errori sul set sono le cose migliori di tutto il film, ma c'è una certezza: le altre passano, la pfeiffer è per sempre

venerdì 23 dicembre 2011

giovedì 15 dicembre 2011

Il ponte giapponese a Giverny - Claude Monet

Il gallo - Marc Chagall

Nudo 1917 - Amedeo Modigliani

Arlecchino seduto - Juan Gris

Il tavolino rotondo - Georges Braque

Chitarra, bicchiere, fruttiera - Pablo Picasso

Gli zingari - Massimo Campigli

La finestra coi colombi - Gino Severini

Due figure mitologiche - Giorgio De Chirico

L'eco del vuoto - Salvador Dalì

domenica 4 dicembre 2011

I put a spell on you
cause youre mine

You better stop the things you do
I aint lyin
No I aint lyin

You know I cant stand it
Youre runnin around
You know better daddy
I cant stand it cause you put me down

I put a spell on you
Because youre mine
Youre mine

I love ya
I love you
I love you
I love you anyhow
And I dont care
If you dont want me
I'm yours right now

You hear me
I put a spell on you
Because youre mine

venerdì 18 novembre 2011

TDOR - Trangender Day of Remembrance



GIORNATA MONDIALE IN RICORDO DELLE VITTIME TRANSESSUALI

Contro la violenza transfobica, per altri generi, altri sentimenti...altri mondi possibili!

L'Italia è prima in Europa per crimini contro le persone transessuali e ultima per il riconoscimento dei diritti. Basta questa premessa ad evidenziare l'importanza del TDOR (Transgender Day of Remembrance) che ogni anno, in tutto il mondo viene celebrato il 20 Novembre.

la transfobia non è un fenomeno naturale ma culturale, essa infatti prende forma e sostanza dal pregiudizio, dall'odio tipici di un sistema sociale, politico e religioso che storicamente trova in Italia il suo terreno fertile. Assurdo e impensabile per un paese cosiddetto avanzato, il livello di violenza che si è raggiunto, assurdo che essa sia diventata quasi normale, assurdo che non se ne parli più, assurdo che la gente preferisca girare la testa dall'altra parte. Troppe assurdità per sentirci parte del paese Italia e troppe per sentirci tranquill*.

Il TDOR 2011 lo vivremo con tutta l'indignazione che una situazione del genere può provocare, la stessa indignazione che sta attraversando il mondo, che sta riempiendo le piazze e le coscienze! Le persone transessuali sono state sempre le ultime, le più emarginate, da sempre hanno visto negati i propri diritti e la propria dignità. Per questo oggi 20 Novembre 2011 stiamo a fianco e insieme alle migliaia di persone che occupano il mondo perchè non più disposte a pagare. Altri mondi, altri generi, altri sentimenti sono possibili per abbattere la transfobia e farla uscire dalla storia.


Il MIT (Movimento Identità Transessuale) per il TDOR (Transgender Day of Remembrance)

martedì 8 novembre 2011

Cheikh Tidiane Gaye
Mary Principessa albina: racconto di un sogno africano

Boy Cheerleaders

M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-O



giovedì 27 ottobre 2011

offese alternative

per quanto riguarda me è - senzalcunombradidubbio - un gran bel periodo di mmmm (no è che proprio quella parola non mi piace, sono un po' schifa): da una settimana entrata nel mirabolante gruppo de* disoccupat* (sì lo so che è SOLO UNA SETTIMANA ma oggi vedo più nero del buio pesto con gli occhiali da sole), non becco lo stipendio da agosto, ho litigato con un'amica e il non starci male quanto pensavo mi fa sentire una bastarda, i dolori del ciclo non mi abbandonano da ieri e ho un mal di testa da aver tentato un paio di volte di svitarla...infatti sto al pc che è la cura ideale. e mi fermo qui. 
comunque, stavo riflettendo su quale vocabolo potesse sostituire "vaffanculo" (che in sti giorni ha fatto piroette da manuale) e darmi la stessa sensazione liberatoria che provo quando, incazzata come una biscia o nervosa come una faina, la sputo abbastanza spesso. non è per far l'alternativa, ma in fin dei conti si augura a qualcun* di andare a far sesso e se al* destinatari* del consiglio piace pure quel tipo di pratica non c'è nemmeno gusto a dirla. mi immagino qualcun* incazzat* che alla fine delle boiate mi augura "mavaiatrombareconjuliannemoore!!". però, ora che ci penso, sarebbe un bel modo di finire un litigio...cioè, se anzichè le offese, si augurassero pratiche sessuali forse la gente si sentirebbe meglio... mmmhh...
per questa idea geniale potrei ottenere un ministero, lo so.

rileggendo il post con tutte quelle parentesi ho la vaga...no, anzi, ho la netta sensazione se non addirittura certezza di avere una personalità multipla. che bello, potrei aggiungerlo sul curriculum.

mercoledì 26 ottobre 2011

NUDA E ILLEGALE CONTRO IL CAPITALE


da Laboratorio Smaschieramenti di Bologna
25 ottobre 2011


Il 15 ottobre a Roma era presente anche uno spezzone di corteo PutaLesboTransFemministaQueer. Il documento con il quale queste femministe, froce, lesbiche, puttane e altre favolosità sono scese in piazza parla di precarietà in maniera sessuata. L’iniziativa è partita da Antagonismogay e Laboratorio Smaschieramenti di Bologna, a cui hanno aderito molteplici realtà italiane fino a formare un cospicuo spezzone fucsia, presente e visibile nelle sue forme e nei suoi contenuti.
Il precario non è sempre maschio, il precario non è neutro, la precarietà colpisce in maniera differente le donne, le trans e gli uomini, le italiane e le migranti, le eterosessuali, le omosessuali e quelle dall'orientamento sessuale polimorfo, le famiglie nucleari e le persone in assetti affettivi meno convenzionali.

La precarietà non è solo del lavoro, ma della vita: non sono solo i contratti temporanei a rendere precarie, stressanti e difficili le nostre vite, ma lo smantellamento del welfare, il costo degli affitti, la mancanza di servizi pubblici e di un reddito minimo garantito a tutte.

Nondimeno, l’insofferenza e la resistenza dello spezzone fucsia si rivolge ad un’altra precarietà, altrettanto diffusa ma più subdola, la precarietà esistenziale determinata da un peggioramento generalizzato delle condizioni di lavoro: inasprimento dei ritmi, richiesta di maggiore efficienza, di lavorare anche nel tempo libero, magari mettendo a profitto le proprie relazioni personali per promuovere l'ultimo evento curato dalla nostra agenzia o l'ultimo prodotto commercializzato dal nostro call center: tutto ciò rende fragile la possibilità di costruirsi una vita soddisfacente perché rende labile lo spazio-tempo a disposizione, laddove spesso diviene ancora più necessario uniformarsi, aggrapparsi alla conformità moralista per non essere ulteriormente discriminate, per sembrare normali almeno nella vita privata visto che nella sfera  lavorativa sempre più siamo condannate ad essere atipiche.

Produzione e riproduzione. Vogliamo lottare per liberarci dalle catene che ci rendono schiave della produzione materiale e immateriale, ma anche dalle catene della riproduzione sociale, cioè da tutti quei meccanismi per cui ognuno e ognuna di noi ogni giorno impercettibilmente collabora a riprodurre la società così com'è, ad esempio comportandosi  “da uomo” o “da donna” e adottando schemi precostituiti nelle proprie relazioni d'affetto. Il nostro documento parlava anche di rabbia, e di desiderio di agire in prima persona e non delegare ad altri la nostra liberazione: “non ci rappresenta nessuno” era uno degli slogan dello spezzone di corteo in cui ci siamo collocate, con il nostro striscione “*** sull'orlo di una CRISI di nervi” (*** sta per donne uomini trans soggettività varie)  e con i nostri cartelli orlati di tulle fucsia in compagnia del coordinamento Time Out di Bologna di cui fa parte il Laboratorio Smaschieramenti, promotore dello spezzone fucsia.

Un ordine del discorso irrespirabile. A distanza di poco più di una settimana, sembra ormai che basti dire “quanto accaduto il 15 ottobre” o “le violenze del 15 ottobre” come se ci si riferisse a una realtà auto evidente. Che è invece opaca e difficilmente decifrabile. Che ne è stato del famigerato spezzone fucsia in mezzo a tutto questo? E cosa hanno pensato collettivamente le nostre putalesbotransfemministe nei giorni successivi? Lo spezzone è arrivato in Piazza San Giovanni e ha scelto la ritirata strategica davanti allo scontro militare, ma quello che è successo dopo è la parte più inquietante. Il piano del discorso costruito dai comunicati delle due più importanti aree di movimento all'indomani del 15 ottobre ha reso l'aria irrespirabile più dei lacrimogeni.

Da un lato c'è stato chi ha tuonato sdegnato contro i violenti in quanto sarebbero utili idioti della repressione oltre che calpestatori della “democrazia interna del movimento”. Dall'altro, chi ha mitizzato la rabbia precaria e ha cantato vittoria per aver impedito, con i comizi in piazza San Giovanni, l'ennesimo teatrino della rappresentanza. In mezzo c'è chi ha voluto enfatizzare i contenuti della protesta più che le forme scelte dai diversi gruppi per comunicarli.

Noi invece pensiamo che le pratiche di lotta non siano affatto secondarie rispetto ai contenuti. Rifiutiamo la dicotomia irrespirabile che si sta svolgendo tra pacifismo legalitario e ribellismo cieco. Non ci affanniamo a dire che ci dissociamo dai violenti, che le loro pratiche non sono le nostre, sia perché non ne abbiamo bisogno, sia perché vedere una vetrina rotta o un bancomat spaccato di certo non ci spezza il cuore, anche se lo spettacolo del mostrare i muscoli, il militarismo e l'estetica dello scontro per lo scontro - per vedere chi ce l'ha più duro - ci deprime mortalmente.

Abbiamo le idee ben chiare tanto sul meccanismo di delega e rappresentanza, che oggi travisa il concetto di nonviolenza per imporre una pace sociale ormai poco praticabile nello stato di cose in cui versa la società; quanto su certe pratiche muscolari che vorrebbero imporre con lo spettacolo violento pratiche non condivise: entrambi i poli di questa presunta alternativa non ci appassionano. Ma a differenza di quanto lasciano intendere i giornali, sappiamo che c'è altro oltre il due: ci sono le azioni dirette, creative e comunicative, c'è la pratica quotidiana di stili di vita almeno in parte alternativi a questo sistema, c'è la costruzione di alternative di autorganizzazione, autogestione e democrazia diretta ed è questa la direzione verso cui vogliamo lavorare.

Corpi illegali. Le nostre pratiche non chiedono il permesso, eppure non sono violente. Illegale non coincide con violento e nonviolenza non è affatto sinonimo di legalità, ordine, decoro, compostezza. Né tanto meno pensiamo che la quantità di virilità o di  forza fisica distruttiva contenuta in un gesto sia la misura della rabbia. La distruzione e il dominio sono la misura quotidiana di questo sistema, dalle periferie del mondo alle periferie qui dietro da dove stiamo scrivendo, e questo modello è alimentato dalla frustrazione di chi sfoga la propria rabbia cieca contro il diverso, la diversa, l’anormale. E’ da questo schema allarmante che vogliamo uscire, ma non si esce secondo noi con i buoni propositi del “noi siamo altro dalla violenza”.

Occorre prendere in carico anche questa rabbia, anche questa violenza. Noi non siamo meno arrabbiate di altri, ma non ci interessa tanto la rabbia in sé, ci interessa trasformarla in azione politica, in desiderio intelligente e collettivo di trasformazione dell'esistente. Le pratiche nonviolente di cui è fatta la storia del femminismo non furono mai passeggiate tranquille: hanno vissuto e vivono ancora oggi la criminalizzazione diffusa, lo stigma sociale di qualsiasi dissenso che non rientri nell'ambito della cosiddetta legalità - che spesso coincide con l’ambito della pubblica moralità - che si tratti oggi di occupazioni di piazze e liberazione di spazi, ieri di divorzi e aborti clandestini. La valorizzazione della legalità a tutti i costi ha affossato ancora di più qualsiasi pratica di lotta nonviolenta e ha amplificato le pratiche machiste e violente senza senso, riproducendo lo schema moralismo/trasgressione che è il solito leit motiv della nostra società, a partire dall’educazione scolastica.

Oggi scendiamo in piazza per le nostre condizioni di vita materiali, per bisogni non rimandabili, non per un ideale etico, o almeno non più solo per questo. L’urgenza della situazione ci chiede di affrontare e trovare urgentemente pratiche di lotta e pratiche di vita differenti da quanto è stato finora. Ci chiede di liberare relazioni nuove e politicizzare le crisi di nervi, come diceva uno dei nostri cartelloni. Ce lo chiede il qui e ora, ce lo chiede il nostro livello più basico di esistenza.

lunedì 24 ottobre 2011